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Raccolta recensioni

Recensione di febbraio 2010

Il GIARDINO NOTTURNO

Durante la notte il giardino cambia. In ogni giardino esiste una duplice anima. Le farfalle dormono quando le falene fanno visita ai fiori durante la notte. Il canto dei grilli e i cori delle rane sostituiscono il canto degli uccelli. Persino il suono delle campanelle che si muovono al vento è diverso, più profondo e risonante. I fiori che si aprono di giorno spesso al tramonto si chiudono o si ripiegano fino al mattino. Anche certe foglie si ripiegano, tanto che sembra quasi preghino per chiedere che l'alba possa essere anticipata. I fiori notturni hanno spesso profumi dolci. La maggior parte ha colori luminosi e nella luce dell'alba sembrano quasi fiammeggianti.
Molti di noi sono riluttanti ad addentrarsi nel giardino di notte, per paura di ciò che non si conosce e non si vede, per paura dell'oscurità. Ma c'è una serena bellezza nel giardino di notte che non ha eguali in ciò che possiamo vedere coi nostri occhi durante il giorno. La freschezza dell'aria ha un effetto calmante, i suoni non ci piombano addosso tutti insieme, ma solleticano i nostri sensi uno ad uno. Il profumo confortante e rassicurante dell'aria umida si mescola a quello dei fiori e suscita in noi una primordiale accettazione dell'universo. Nel giardino notturno possiamo trovare rifugio sicuro all'ombra dell'universo, possiamo vedere tutte le stelle oltre le nubi, possiamo raggiungere con lo sguardo una distanza infinita. Nell'oscurità il tempo rallenta nell'assenza di movimento e ci garantisce l'opportunità di rilassarci e di ritrovare noi stessi.
C'è un romanzo intero nel giardino notturno, che raggiunge una sensualità che mai potrebbe essere conosciuta nel giardino battuto dal sole dei pomeriggio. Nella solitudine possiamo scoprire noi stessi. Il buio illumina la nostra anima regalandoci un luogo e un tempo per riflettere, meditare, un'opportunità di conoscere cosa abbiamo dentro. Uno specchio d'acqua cattura un raggio di luna e nelle sue increspature possiamo trovare milioni di lune. Sedersi nella tranquillità dei nostro giardino di notte significa conoscere l'armonia e la pace, significa toccare la bellezza.
Ci sono anche scoperte da fare nel giardino notturno, se siamo abbastanza coraggiosi da tenere spente le luci. Gli scoiattoli ritornano dalle scorribande dei pomeriggio e nella calma della notte si possono trovare topini, opossum, procioni e armadilli. Le civette, i falchi notturni e i pipistrelli perlustrano i loro domini aerei mentre altri animali fanno sentire i loro richiami.
Per sperimentare al meglio e godere dei nostro giardino notturno, dobbiamo organizzarci bene, realizzare camminamenti visibili e comodi spazi per sedersi. Possiamo anche sistemare piante che fioriscono di notte come le seguenti:
Gelsomino notturno, Bella di notte, Epiphyllum, Nicotiana (tabacco fiorito), Datura, Alcune orchidee, Violaciocca , Oenothera, Petunia Silene gallica, Caprifoglio
Uno dei momenti più belli per il giardiniere notturno è assistere allo schiudersi dei cereus a fioritura notturna, un cactus con una infiorescenza che può raggiungere i trenta centimetri di diametro, di colore bianco brillante e un delicato e dolce profumo. Il fiore sarà impollinato e appassirà il giorno dopo. Ma la gloria sta nel doppio regalo, bellezza momentanea e gloria duratura. t bello anche invitare gli amici per condividere lo spettacolo della gemma che piano piano diventa fiore.
Il giardino notturno è terapeutico per tutti. Sussurra segreti e diventa un luogo di scoperte. Ci sollecita gentilmente a fermarci, a rilassarci e a riflettere sul nostro posto nell'universo.

da: Introduzione all'ORTOTERAPIA - Hank Bruce - Macro edizioni


note aggiunte:  Considerare per le fioriture notturne anche Ipomoea bona nox, Datura meteloides e varie Brugmansia

Recensione di Settembre 2010

Salsa al rafano
Dosi per circa 150 ml


2 cucchiai (30 ml) di aceto di vino -- 1/2 cucchiaino (2,5 ml) di pepe nero -- 1 cucchiaino (5 ml) di zucchero -- 4 cucchiai (60 ml) di rafano grattugiato finemente -- 1/2 cucchiaino (2,5 ml) di sale -- 1 cucchiaino (5 ml) di senape -- 3 cucchiai (45 ml) di panna

1 Scaldare l'aceto in una padella smaltata. Unire lo zucchero, il sale, la senape e il pepe e mescolare a fuoco basso per 2 minuti.

2 Aggiungere il rafano e scaldare per altri due minuti. Lasciar raffreddare quindi unire mescolando la panna.

Servire fredda.
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Panini all'angelica e alla menta

Scegliere una varietà dì menta con un chiaro sapore di menta verde come la menta del Marocco o la menta rossa raripila.
una buona manciata di foglie fresche e tenere di angelica -- 1/2 cucchiai (15/30 ml) di maionese -- una buona manciata di foglie fresche di menta -- 4 fette di pane integrale o pane di segale

Dosi per 2 persone

da: Lesley Bremness
Il Grande Libro delle Erbe
serie Gorlich

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Recensione di agosto 2010

L'Umanità non conosce la Natura

Ultimamente ho pensato che il punto fondamentale potrebbe essere toccato se scienziati, politici, artisti, filosofi, uomini di religione, e tutti coloro che lavorano nei campi, si riunissero qui, guardassero in giro su questi campi e parlassero un po' insieme di tutto. Credo che questo è il tipo di cose che deve succedere se occorre che la gente veda al di là delle proprie specializzazioni. Gli scienziati credono di poter capire la natura. Lo danno per scontato. Siccome. sono convinti di questo, si dedicano ad analizzare la natura e a renderla sfruttabile. Ma io penso che la comprensione della natura sia oltre la portata dell'intelligenza umana. Spesso dico ai, giovani che abitano nelle baracche sulla montagna, e vengono qua ad aiutare e imparare l'agricoltura naturale, che chiunque e capace di vedere gli alto lassù sulla montagna. Riescono a vedere il verde della foglie; possono distinguere le piante di riso. Credono di sapere cosa sia il verde. In contatto con la natura giorno e notte, qualche volta arrivano a credere di conoscerla. Ma quando pensano di cominciare a capire la natura, possono star sicuri di essere fuori strada. Perché e impossibile conoscere la natura? Ciò che viene concepito come natura e solo l'idea della natura che nasce nella mente di ognuno. Quelli che vedono la natura vera sono i fanciulli. Vedono senza pensare, direttamente e chiaramente. Basta che i nomi delle piante siano noti, un albero di mandarini della famiglia degli agrumi, un pino della famiglia delle conifere, e la natura non viene più vista nella sua vera forma. Un oggetto visto isolato dal tutto non e una cosa reale. Specialisti in vari campi si riuniscono e osservano uno stelo di riso. L'entomologo vede solo i danni degli insetti, lo specialista in nutrizione vegetale vede soltanto il vigore delle piante. Ciò è inevitabile per come stanno le cose adesso. Per esempio, al signore della stazione di ricerca che indagava sui rapporti fra cicaline del riso e ragni nei miei campi dissi: «Professore, poiché sta cercando i ragni, lei si interessa solo di uno dei molti predatori naturali delle cicaline. Quest'anno i ragni sono apparsi in gran numero, ma l'anno scorso ci furono i rospi. E prima ancora furono le rane che predominarono. I cambiamenti sono numerosissimi ». E’  impossibile alla ricerca specializzata di afferrare il ruolo di un singolo predatore all'interno delle complicate interrelazioni fra insetti. Ci sono stagioni in cui la popolazione di cicaline è scarsa perche i ragni sono numerosi. Ci sono periodi in cui piove molto e le rane fanno sparire i ragni, oppure piove poco e non compaiono né rane, ne cicaline. I metodi di controllo degli insetti che ignorano i rapporti fra gli insetti stessi sono veramente inutili. Una ricerca sui ragni e le cicaline deve anche prendere in considerazione i rapporti, fra rane e ragni. Quando le cose arrivano a questo punto ci sarà bisogno anche di un professore di rane. Esperti sui ragni e le cicaline, un altro sul riso, e un altro esperto in regimazione delle acque dovranno tutti partecipare all'incontro. Oltretutto ci sono quattro o cinque specie diverse di ragni in questi campi. Ricordo alcuni anni fa' che qualcuno venne di corsa a casa un mattino presto a domandare se avevo coperto i miei campi con una rete di seta o qualcosa del genere. Non riuscivo a immaginare di cosa stesse parlando, così uscii fuori in fretta a dare un'occhiata. Avevamo appena finito di mietere e durante la notte le stoppie del riso e le erbe basse erano state ricoperte completamente di tele di ragno, che sembravano seta. Quell'ondeggiare e scintillare nella rugiada del mattino era una cosa meravigliosa da vedere. Lo strano e che quando questo succede, e capita solo raramente dura appena un giorno o due. Se si guarda da vicino ci sono parecchi ragni in ogni pollice (cm. 2,54) quadrato. Sono così fitti sul campo che non c'e quasi spazio fra loro. Chissà quante migliaia, quanti milioni ce ne saranno  mille metri quadrati! Se si va a guardare il campo due o tre giorni dopo si vedono fili di ragnatele lunghi diversi metri, rotti, che ondeggiano al vento con cinque o sei ragni attaccati a ciascuno. E' come quando la peluria dei tarassaco o i semi di pino volano nel vento. I giovani ragni stanno aggrappati ai fili e vengono spinti a navigare su in cielo. Lo spettacolo e un dramma naturale stupefacente. A vederlo ci si rende conto che anche dei poeti e degli artisti dovrebbero partecipare all'incontro. Quando si mettono in un campo delle sostanze. chimiche, tutto questo viene distrutto in un attimo. Una volta pensai che non ci fosse nulla di male a spargere la cenere del focolare sui campi. Il risultato fu sbalorditivo. Due o tre giorni dopo il campo era completamente deserto di ragni. La cenere aveva provocato la disintegrazione dei. fili delle ragnatele. Quante migliaia di ragni caddero vittime di una sola manciata di questa cenere apparentemente innocua? Dare un insetticida non  significa semplicemente eliminare le cicaline e insieme a loro anche i loro predatori naturali, molte altre fondamentali catene di avvenimenti naturali vengono colpite. Il fenomeno di questi grandi sciami di ragni, che appaiono nei campi di riso in autunno e come divi di moda svaniscono in una notte, non e ancora compreso. Nessuno sa da dove vengano, come facciano a sopravvivere all'inverno, o dove vanno quando scompaiono. E così l'uso di sostanze chimiche non e un problema solo per l'entomologo. Filosofi, uomini di religione, artisti e poeti devono anche loro aiutare a decidere se sia o no ammissibile usare sostanze chimiche in agricoltura, e quali possano essere le conseguenze dell'utilizzazione persino dei concimi organici. Noi raccoglieremo circa 6 quintali di riso e 6 quintali di cereali vernini da ogni 1000 metri quadri di questa terra. Se il raccolto raggiunge gli 8 q.li, come fa qualche volta, può essere che non sia possibile trovare una produzione maggiore a frugare l'intero paese. Dato che la tecnologia avanzata non c'è entrata per niente nella coltivazione di questo cereale, esso rappresenta una contraddizione ai postulati della scienza moderna. Chiunque verrà a vedere questi campi e accetterà la loro testimonianza avrà profondi dubbi sul problema se gli esseri umani conoscano o meno la natura e se o meno  la natura possa essere conosciuta entro i confini della comprensione umana. L'ironia è che la scienza e servita soltanto a mostrare quanto scarso, sia l'umano sapere.

da: Masanobu Fukuoka
La rivoluzione del filo di paglia
Un'introduzione all'agricoltura naturale
Libreria Editrice Fiorentina

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Recensione di luglio 2010

SCIAMANI D'AUSTRALIA

Quando lo sciamano vede i due stregoni che se ne vanno per mettere in atto un maleficio (milin), fissa il suo sguardo o si concentra in modo da impedire la loro volontà, in modo da ucciderla. Quando vedete uno sciamano, le sue pupille e le vostre si incontrano e si fissano in maniera attenta. Egli controlla gli stregoni in questa maniera, quando parla loro. Essi "sentono" (ma non capiscono) le sue parole, dal momento che la loro volontà è come assopita. Li fa allontanare da sé usando l'immenso potere dei suoi nervi, che cominciano a contrarsi. Gli uomini si indeboliscono e sembrano addormentarsi sotto l'influsso del suo sguardo fisso, e quando egli dice loro: "Andatevene! Discendete al campo", essi obbediscono. Inoltre egli ordina: Non risvegliatevi con l'idea di fare della stregoneria". Allora essi si addormentano e si risvegliano il mattino successivo animati dalle migliori intenzioni (cioè lontani da qualunque idea di praticare la stregoneria). E lo sciamano conclude: "è cosi che alcuni di noi parlano".

da: Sciamani d’Australia
Rito e iniziazione nella società aborigena
A. P. Elkin - Raffaello Cortina editore - Milano

Recensione di Settembre 2010

Salsa al rafano
Dosi per circa 150 ml


2 cucchiai (30 ml) di aceto di vino -- 1/2 cucchiaino (2,5 ml) di pepe nero -- 1 cucchiaino (5 ml) di zucchero -- 4 cucchiai (60 ml) di rafano grattugiato finemente -- 1/2 cucchiaino (2,5 ml) di sale -- 1 cucchiaino (5 ml) di senape -- 3 cucchiai (45 ml) di panna

1 Scaldare l'aceto in una padella smaltata. Unire lo zucchero, il sale, la senape e il pepe e mescolare a fuoco basso per 2 minuti.

2 Aggiungere il rafano e scaldare per altri due minuti. Lasciar raffreddare quindi unire mescolando la panna.

Servire fredda.
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Panini all'angelica e alla menta

Scegliere una varietà dì menta con un chiaro sapore di menta verde come la menta del Marocco o la menta rossa raripila.
una buona manciata di foglie fresche e tenere di angelica -- 1/2 cucchiai (15/30 ml) di maionese -- una buona manciata di foglie fresche di menta -- 4 fette di pane integrale o pane di segale

Dosi per 2 persone

da: Lesley Bremness
Il Grande Libro delle Erbe - serie Gorlic
ISTITUTO GEOGRAFICO DAGOSTINI

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P.S.
Il Rafano (Armoracia rusticana) può essere vantaggiosamente sostituito con la radice del Raphanus raphanistrum ossia il "Ramolaccio", abbondante graditissimo "infestante" degli Horti, la panna può essere sostituita dagli yogurth.
Sono disponibili confezioni di semi di Angelica arcangelica gratuite per i frequentatori dei corsi e per gli Hortisti.

Recensione di Gennaio 2011

SUCCHI DI ORTAGGI

Succo di barbabietola:
Energetico, è indicato per gli anemici, demineralizzati, tubercolotici, nervosi, gottosi. Lo si userà preferibilmente mescolato ad altri succhi. Per il suo pigmento colora di rosso le urine.

Succo di carota:
Anemie, ulcere gastriche e duodenali, coliti, enteriti, diarree, ma anche stipsi, affezioni epatobiliari, intossicazioni, dermatosi, ecco alcune delle molteplici indicazioni di questo succo che dovrebbe essere usato quotidianamente. Ferro, calcio, fosforo, magnesio, necessari alla costituzione sanguigna e tissulare in genere, numerose vitamine, soprattutto la protovitamina A, pectina, tutto spiega le straordinarie proprietà del succo di carota. 1 lattanti ed i vecchi ne avranno un incomparabile vantaggio ed anche gli adulti che, con il suo uso, ritarderanno l'invecchiamento. Il succo di carota è insipido. Lo si potrà migliorare con succo di sedano, pomodoro, prezzemolo o limone, o ancora meglio con tutti questi succhi, ottenendo così un cocktail salutare tra i più efficaci.

Succo di carciofo:
Questo succo non è usato abitualmente. Lo si potrà aggiungere, in piccola quantità, ad altri succhi per un'azione epatica più forte, in casi d'eccesso d'urea o di colesterolo nel sangue.

Il cerfoglio, la cicoria, il dragoncello, il prezzemolo saranno utilizzati allo stesso modo, aggiunti ad alcuni miscugli per ravvivare il gusto e soprattutto per le loro virtù particolari. (Cerfoglio: depurativo, diuretico; cicoria: depurativo, stimolante epatico e renale, eupeptico; dragoncello: antisettico generale e delle vie digestive; prezzemolo: depurativo, stimolante, agente circolatorio.)

Succo di cetriolo:
Dissolvente dell'acido urico, depurativo, disintossicante, il succo di cetriolo   insipido e, per alcuni, nauseante   verrà aggiunto ad altri succhi (carota, uva, mela, sedano). La sua azione locale antirughe è in genere sfruttata per le cure di bellezza.

Succo di cipolla.
Sarà utile aggiungerlo in piccole quantità ad altri succhi. I diabetici, i reumatici i prostatici, gli affaticati, gli affetti da edemi ne trarranno grandissimo vantaggio.

Succo di crescione:
Questo succo è un depuratore epatico e renale, un antisettico polmonare, un rimineralizzante, un potente antiscorbutico. Oltre l'essenza solforata che contiene, oltre i sali minerali e le vitamine che spiegano le sue numerose proprietà, è dotato di proprietà anticancerose e antidiabetiche. E indicato, anche, nelle dermatosi e nelle affezioni del sistema pilifero (cuoio ca¬pelluto). Una cura di succo di crescione è una cura di disintossicazione e di bellezza.

Succo di finocchio.
Lo si aggiungerà ad altri succhi per le sue proprietà diuretiche, antireumatiche, vermifughe, galattogene.

Succo di lattuga:
Molto ricco di minerali e vitamine, è anche un antispasmodico e un sedativo per il lattucario che contiene. Sarà utile ai nervosi, a chi soffre d'insonnia, agli affetti da spasmi. In genere, lo si mescola ad altri succhi.

Succo di patata:
Molto sgradevole al palato, sarà prezioso nei casi di ulcere gastriche e duodenali, di diabete. Un mezzo bicchiere, quattro o cinque volte al giorno per un mese nelle ulcere, per brevi cure di dieci giorni ogni mese e ogni due mesi per i diabetici, sono le dosi da non superare. Aggiungerlo al succo di carota o di limone. Il succo composto di patata, carota e sedano in parti uguali è particolarmente ricco di principi rivitalizzanti.

Succo di pomodoro:
Il suo uso è divenuto corrente e la sua associazione con il sedano ormai classica. Si utilizzeranno pomodori molto maturi. Le sue numerose proprietà lo consigliano per demineralizzati, pletorici, reumatici, intossicati, arteriosclerotici, e per tutti coloro che vogliono evitare un invecchiamento precoce.

Succo di rabarbaro:
Sarà aggiunto ad altri succhiai quali conferirà le sue proprietà depurative, stimolanti generali ed epatiche, antianemiche.

Succo di porro:
Diuretico, eliminatore dell'acido urico, è indicato in casi di reumatismi, gotta, litiasi, urinarie, arteriosclerosi... Si può dire che una cura di porro equivale a una cura a Vichy. Questo succo si deve aggiungere ad altri (carota, sedano).

Succo di rapa bianca:
La sua composizione spiega i suoi effetti salutari sui bronchi, sulle vie biliari, negli stati di demineralizzazione. L un rivitalizzante generale e nervino, un diuretico, un rinfrescante. Lo si consumerà preferibilmente mescolato a succo di carota (una parte di succo di rapa per tre o quattro parti di succo di carota).

Succo di ravanello:
Nero o rosa, il ravanello è tino stimolante epatico e della cistifellea, un potente antiscorbutico, tiri diuretico, un antisettico polmonare. I suoi effetti risultano utili nei casi di reumatismo, inappetenza, atonia epatica, litiasi biliare o urinaria. Lo si mescolerà ad altri succhi.

Succo di sedano:
Si preferirà il succo di sedano «a gambi», ma il sedano rapa ha proprietà analoghe. Purificatore epatico e renale, tonico nervino e delle surrenali, depurativo, antireumatico e antigottoso, dotato di proprietà antisettiche, ha, come si vede, numerose indicazioni. Lo si utilizzerà puro o mescolato alla carota, al limone o ad altri preparati.

Succo di soffione:
Farà parte delle cure depurative indicate per i pletorici, per i litiasici, per chi soffre di insufficienza biliare, per chi ha un eccesso di colesterolo... per tutti. Sarà aggiunto ad altre mescolanze.

Succo di spinacio:
Rigeneratore del sangue per la sua clorofilla e per il ferro che contiene, rimineralizzante, lo si utilizzerà con profitto nei casi di anemia, convalescenze, fatiche fisiche e intellettuali, nei bambini come nelle persone anziane. Aggiungerlo a miscugli diversi. Le associazioni spinacio carota sedano, spinacio crescione in uguali quantità possiedono grandi virtù. Secondo la stagione si aggiungerà con vantaggio agli ortaggi da centrifugare qualche fagiolino, alcune foglie di carota o ramolaccio, o di spinacio della Nuova Zelanda chiamato a volte lo spinacio del povero». Né vanno dimenticate le virtù depurative delle foglie di calendola, le proprietà toniche ed antianemiche dei nuovi germogli d'ortica pungente.

Il gusto sgradevole, perfino nauseante, di alcuni di questi succhi sarà migliorato aggiungendo succhi di frutti diversi. Ognuno potrà comporre il suo «cocktail» secondo i suoi gusti. L'amaro che, malgrado tutto, potrà qualche volta rimanere sarà largamente compensato dagli immensi vantaggi che non mancherà di apportare l'uso quotidiano dei vari succhi di ortaggi. Dato che troppo frequentemente gli ortaggi e la frutta vengono «trattati» con antiparassitari di ogni specie, sarà indispensabile lavarli con acqua abbondante prima di pulirli per utilizzarli. In tal modo, sarà nel vostro interesse prepararvi i succhi da soli: saprete ciò che assorbirete e farete economia.


da: Jean Valnet
Cura delle malattie con ortaggi, frutta, cereali e argilla
GIUNTI

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Recensione di Febbraio 2011


L' uomo che piantava gli alberi


"...Il pastore che non fumava prese un sacco e rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande. Si mise a esaminarle l’una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste. Io fumavo la pipa. Gli proposi di aiutarlo. Mi rispose che era affar suo. In effetti : vista la cura che metteva in quel lavoro, non insistetti. Fu tutta la nostra conversazione. Quando ebbe messo dalla parte delle buone un mucchio abbastanza grosso di ghiande, le divise in mucchietti da dieci. Così facendo, eliminò ancora i frutti piccoli o quelli leggermente screpolati, poiché li esaminava molto da vicino. Quando infine ebbe davanti a sé cento ghiande perfette, si fermò e andammo a dormire. La società di quell’uomo dava pace. Gli domandai l’indomani il permesso di riposarmi l’intera giornata da lui. Lo trovò del tutto naturale o, più esattamente, mi diede l’impressione che nulla potesse disturbarlo. Quel riposo non mi era affatto necessario, ma ero intrigato e ne volevo sapere di più. Il pastore fece uscire il suo gregge e lo portò al pascolo. Prima di uscire, bagnò in un secchio d’acqua il sacco in cui aveva messo le ghiande meticolosamente scelte e contate...“

 

da: Jean Giono
L' uomo che piantava gli alberi
Editore Salani (collana Piccoli Salani)

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Recensione di Marzo 2011

Phytoalimurgia Pedemontana
Ossia Censimento delle specie vegetali alimentari
della Flora spontanea del Piemonte

Annali della Regia Accademia di Agricoltura di Torino, volume LXI
Memoria del Socio Presidente O. Mattirolo
Adunanza del 21 Aprile 1918

CAPITOLO VI


Le piante che si adoperano nelle frittate e nelle torte.

Attitudini geniali hanno dimostrato e dimostrano le massaie delle varie regioni del Piemonte nel preparare le frittate colle erbe spontanee (frità vérde). Sono tali prodotti estemporanei, dell'arte culinaria quelli che rivelano la virtuosità dell'operatrice e la educazione del suo discernimento organolettico e del suo occhio.

Un tempo, l'olio di noce, fresco, olezzante, era apprezzatissimo coefficiente della buona riuscita del manica retto, il quale, oggi, condito coll'olio, così detto, di oliva, ha perduto gran parte dell'antico suo pregio.

Nel Monferrato, in modo speciale, la frittata alle erbe costituiva uno degli elementi indispensabili dì un pranzo famigliare.

La scelta delle erbe e il contrasto dei vari loro sapori era il nocciolo del secreto della riuscita.

Ora, parendomi cosa di qualche importanza botanico culinaria anche la questione delle frittate, mi permetto (quantunque questa ricerca esuli dai criteri alimurgici ai quali ho informato il mio studio) di ricordare i nomi delle erbe principali usate in Piemonte per questo preparazioni.

L'elenco sarà come una nota gioconda fra mezzo a quelle gravi e tristi che emanano dalla ricerca delle specie eduli spontanee!

Non saranno di certo le frittate alle erbe quelle che aiuteranno, in questi momenti difficili, a sbarcare il lunario alimentare quando ancora mancano l'olio e il burro per prepararlo! Ma ritorneranno i tempi propizi e allora anche il ricordo di cose e di usi che si vanno perdendo potrà giovare!

Ecco (dalle note raccolte in tanti anni e in tante liete occasioni) l'elenco delle erbe, coi nomi volgari e scientifici Esso si riferisce, posso dire, a tutte le regioni piemontesi...

 

Disponibile su Internet


Dopo ottant'anni sono riesamimate le oltre 200 specie descritte da Mattirolo e se ne fornisce un quadro aggiornato anche con curiosità e tradizioni:

Oreste Mattirolo - Bruno Gallino - Giorgio Pallavicini
PHYTOALIMURGIA PEDEMONTANA
BLU Edizioni



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Recensione di Aprile 2011


Per favorire la buona struttura del terreno

Lavorare in profondità le aiuole incolte o appena raccolte. Asportare i primi 15 cm di terra accumulandola di lato e lavorare quindi lo strato cosi liberato usando la forca foraterra (piantata verticalmente nel terreno e smossa avanti e indietro senza rivoltare lo strato) oppure il coltivatore a dente di porco, che va piantato nel terreno e trascinato diagonalmente, facendo in modo che i solchi di lavorazione si incrocino. Rimettere a posto lo strato di terreno superiore inizialmente asportato.

In autunno, incorporare zappettando nello strato superficiale farina di roccia, calcare di alghe coralline e composto grezzo da pacciamatura (ottenuto dopo una decomposizione di 6 settimane), contenente residui organici non completamente decomposti e una numerosa microflora e microfauna.

Spargere sopra il terreno uno strato alto circa 10 cm di residui organici freschi, come ad esempio piante da sovescio sfalciate, fogliame, rasatura di prato, erbacce tagliate prive di semi o cortecce di alberi spezzettate.

Sopra a questo strato, distribuire un concime a base di alghe per nutrire i microrganismi del suolo.

Spruzzare sul terreno così preparato un estratto di valeriana, che stimolerà fortemente la riproduzione e l'attività dei lombrichi.

In primavera, oppure ogni qualvolta si voglia seminare o piantare subito un'aiuola, utilizzare, invece del composto grezzo da pacciamatura, composto maturo setacciato, e procedere poi a una pacciamatura solo tra le file della semina, o seminare piante da sovescio a rapida crescita. Una volta spuntate le piante da sovescio, tracciare fra di esse con il coltivatore a dente di porco i solchi per la semina o per il trapianto. In tal modo le piante della concimazione verde proteggeranno dapprima il terreno e in seguito anche gli ortaggi coltivati.

Quando le piante da sovescio hanno raggiunto un'altezza di 10 15 cm, zappettarle e lasciarle sul terreno come copertura.

Non lasciare mai il terreno scoperto.

Seminare sempre con piante da sovescio le superfici non coltivate.

Ingrid Gabriel
LA DIFESA DELLE PIANTE SECONDO IL METODO BIOLOGICO
Giunti Barbèra - Firenze

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Recensione di Maggio 2011


...
Come i ricercatori di funghi, nascerà il ricercatore di piante eduli selvatiche; speriamo però con un po' più di buon senso e senza fobie distruttive. Le specie selvatiche sono numerose e sono quasi sempre a portata di mano, ma non sono tutte distribuite omogeneamente né tutte con la stessa copia. Alcune specie saranno endemiche di certi luoghi e quasi introvabili in altri, altre saranno presenti ovunque, ma non raggruppate. Chi vorrà mangiare il suo piatto silvestre dovrà pertanto faticare, se così può essere definita una gradevole camminata in montagna o in campagna.

Certo è che mai si tornerà a mani vuote; anzi, in certi casi, bisognerà far forza sulla nostra velleità per lasciare alcune piantine necessarie alla continuazione della specie, dimostrando il proprio amore e una sana conoscenza ecologica. Pertanto, chi si accingerà alla raccolta, dovrà farlo non in maniera inconsulta, ma con una buona conoscenza. Di ogni piantina dovrà sapere il nome, ma anche se è invasiva o rareggiante; dovrà sapere cosa cogliere in modo da non danneggiare, dovrà rispettare lo stelo fiorito e in certi casi dovrà rinunciare alla propria gola per salvare un unico superstite incontrato che non potrebbe soddisfare gli appetiti, ma che svolgerà l'opera di inseminagione, donando l'anno seguente ciò che è stato negato in questo. Raccomandabile l'accompagnamento iniziale di persone già istruite alle quali rivolgersi per la determinazione e per tutte quelle notizie di salvaguardia che devono stare alla base di questo ritorno alla natura. L'uomo tornerà a servirsi della spontaneità senza ferire o peggio distruggere. Un discorso a parte, ma non meno importante, riguarda i luoghi di raccolta non intesi qui come distribuzione della pianta, ma come luogo In cui la si reperisce. L'inquinamento atmosferico è una di quelle tristi realtà che si sono citate e che continua ad aumentare: le piogge acide portano alla distruzione di boschi ed il pulviscolo ricco di veleni viene trascinato da esse a livello del suolo creando ulteriori inquinamenti. Pensare pertanto di avere prodotti puri biologicamente è quanto mai lontano dalla realtà, ma è altrettanto vero e facilmente intuibile che vi debbono essere delle notevoli diversità sul deposito di veleni che si possono trovare sulla pagina fogliare di una piantina cresciuta vicina ad un insediamento industriale ed una di alta montagna. In questo senso è opportuno scegliere il luogo della raccolta delle spontanee oculatamente. Si cercherà per quanto possibile, di recarsi in luoghi a bassa concentrazione umana, lontani da fonti macroscopiche di inquinamento, lontani da campi irrorati da pesticidi ed erbicidi, lontani da corsi d'acqua dove l'unico abitante vivo sia Il topo. Esistono ancora zone tranquille, lasciate alla natura, perché l'uomo le ha abbandonate per rincorrere il sogno della città industriale, zone che per il loro carattere orografico non sono degne che di essere invase dalle nostre "erbacce", zone di montagna protette dove il difficile e meraviglioso equilibrio ecologico si svolge ancora in maniera completa. Qui rivolgeremo i nostri passi e i nostri sguardi, tenendo sempre a mente che una piantina recisa e morta mentre una cui sarà spiccata una foglia o un rametto, rigermoglierà.

Amare la natura significa conoscere la natura, amarla significa sapere ciò che si può e ciò che non si deve fare, amare significa essere esempio. Solo cosi si può sperare che le parole rivolte da molti alla salvaguardia non rimangano sterili, ma fruttifichino nelle generazioni future.

In qualche caso alcune piantine selvatiche commestibili ci vengono porte in gran numero a causa dell'alta prolificità della specie; qui potremo non avere remore a raccogliere a grandi mani, con la sicurezza di non compromettere nulla. La raccolta va fatta con la finalità della conservazione, più che dalla necessità contingente. Conservare le piantine per la brutta stagione, quando il gusto silvano scoperto nella nostra mente eccita la fantasia di poterle assaporare. Molte di esse possono essere essiccate conservando inalterate le proprietà, oppure essere congelate per poterle mangiare come appena colte. Il colore non sarà più lo stesso, ma il gusto non sarà alterato. Benvenuta la scienza e la tecnologia che ci permette questo risultato. La piantina, comunque, dovrebbe di preferenza essere usata allo stato spontaneo fresco; poiché molte riescono a sopravvivere egregiamente ai rigori invernali, non si avrà mai la paura di non poter servire un gradevole piatto preparato da cuoca natura.


R. Chiej Gamacchio
Piante selvatiche. Come riconoscerle, raccorgliele e usarle in cucina
Giunti Demetra

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Recensione di Giugno 2011


Della coltivazione degli orti

Giunio Moderato Columella, autore del trattato Rei Rusticae in XII libri, risponde a Virgilio sulla pratica del giardinaggio. Il brano (Libro X) è presente nella versione di R. Gherardini (op. cit.).

Quando poi, dell'inverno Rifeo i torpidi rigori il chiaro Zefiro dissolva col suo tepido soffio e, ritraendosi dallo stellato polo, nel profondo s'immergerà la Lira; dai suoi nidi la rondine col canto il sopraggiungere di primavera annunzierà: di grassa marna e con sterco d'asino già secco, col fimo dell'armento la digiuna terra si sazi, e ne rechi lo stesso ortolano corbelli per il peso sfiancati, né di offrire quale pascolo all'arato novale si vergogni quello che dalle immonde fogne vomiti la latrina. Ormai zuppa per le piogge e indurita dai geli, ora dei piani la crosta assalga alla tenera terra con l'acuto bidente. Poi, alle zolle insieme, ogni piota di fresca erba acconciamente dirompa col dente o della marra o di una zappa bifida, perché il morbido seno ormai fecondo del campo si dischiuda. Allora impugni anche il sarchio che splende nell'attrito col suolo, angusti solchi conducendo ben diritti al confine e in obliquo li tagli ancor con uno stretto viottolo. Ma quando, poi, con luminosa scriminatura ben ravviata sia la terra e, alfin deposto il suo squallido aspetto, tutta lucente chieda essa i suoi semi: d'ogni fiore più vario allora ornàtela, di questi astri terrestri, leucòi candidi, gialli lumi, calendule, le chiome dei narcisi, o bocche di leone crudeli, che si schiudano ferine, gigli fiorenti nei lor bianchi calici, e, ancor, nivei o violacei giacinti. La violetta che a terra impallidisce e quella che levata tra le foglie s'imporpora nell'oro, ora si piàntino, e la rosa che troppo si raccoglie nel suo pudore. E ora anche si spargano la panacea, le cui lacrime sanano, e il glaucio dal succo salutare, coi papaveri pronti a imbrigliare i sonni fuggitivi; e ancora vengano del bulbo di Megàra i semi fertili ad accendere gli uomini e ad armarli incontro alle fanciulle, o che raccoglie Sicca interrati fra le zolle gètule, e pur quelli che prossimi si seminano al fecondo Priapo, perché i pigri mariti desti a Venere la rùcola. Poi il cerfoglio minore e, al palato insensibile grata, la cicoria bene infogliata, dalle fibre tenere la lattughina, e agli che in ispicchi son divisi e upigli dall'acuto frazio e l'erbe che al fumo disseccate l'abile cuoco mescola alle fave. [...] Già il raponzolo e ancora la radice dal seme assirio nata, a fette offerta coi lupini bolliti, perché invogli a bicchieri di birra pelusiaca. Non in altro momento la conserva del càppero, una merce di buon prezzo, l'ènule amare e le temute fèrule si piantano, e i cespi che serpeggiano si spargon della menta, con i fiori dell'anèto dall'ottimo profumo.

Giunio Moderato Columella


Gabrielle van Zuylen
Il Giardino Paradiso del mondo
Universale Electa/Gallimard

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Recensione di Luglio 2011



Banana
La varietà più utilizzata nella cucina africana è la banana plantain o Musa paradisiaca, molto più grossa e più lunga della banana normale. Il suo sapore è leggermente dolce e la polpa dura e consistente, quindi solitamente viene cucinata (fritta, purè, crocchette, ecc.) e servita come contorno di altre pietanze

Farine e semole
Le farine e le semole sono, insieme ai cereali e ai tuberi, la base dei principali piatti africani e vengono condite con una salsa consistente. Con la farina di mais si prepara una zuppa o un purè abitualmente mangiato a colazione. Con la farina di yucca o manioca mescolata con acqua e sale si cucina il fufú, uno dei piatti più diffusi in tutto il continente. Con la manioca si prepara anche una semola chiamata gary con cui si ispessiscono le salse o si confeziona una pasta per accompagnare legumi, pesci, carne e ogni tipo di verdure.

Igname
È una pianta rampicante di cui si mangiano le radici e che può raggiungere i 45 chili di peso. Ha un sapore simile a quello della patata, ma un po' più amaro, e si cucina come questa, specialmente per accompagnare salse e zuppe.
 
Manioca
La yucca, conosciuta in Africa come manioca, è un tubero fibroso che rappresenta la base alimentare della maggior parte dei paesi africani. Dalla varietà amara si ottiene la tapioca, mentre quella dolce viene bollita, fritta, arrostita o macinata per ricavare farina.

Papaya
La papaya è una delle innumerevoli varietà di frutta che offre il continente africano. Sia la polpa che i semi sono commestibili, e si usano per rendere più tenera la carne. Si mangia soprattutto fresca ed è molto apprezzata per le sue proprietà contro le affezioni gastriche.

Patata americana
È un tubero originario dell'America del Sud, introdotto in Africa dai portoghesi. Di sapore dolce, si prepara più. o meno come la patata. È molto energetica e ricca di cloro, potassio e vitamine C e B.

Tra l'enorme varieta di prodotti alimentari del continente nero ve ne sono alcuni comuni, che permettono di parlare di una gastronomia africana. Basata sugli ingredienti naturali, questa cucina e un esempio di adattamento all'ambiente e di ottimizzazione delle risorse.

Pesce
Oltre ad essere consumati freschi, i pesci possono anche essere conservati dopo u n processo d i aff u m icatu ra o di salatura. Alcuni vengono lasciati seccare per vari mesi a I sole e poi fatti cuocere leggermente. Normalmente servono per preparare salse.

Melanzana africana
La melanzana dell'Africa, appartenente alla specie Solanum aethiopium, è molto simile come sapore alla melanzana che si consuma in Occidente, ma molto più piccola e a forma di zucca.

Foglie di maníoca
Nella cucina africana si usano anche foglie di ortaggi,di piante o perfino di alberi. Tra le più popolari ci sono quelle di manioca, cucinate come spinaci e servite insieme alla carne, al pesce o alle salse. Nell'Africa equatoriale e occidentale si crede che aumentino la libido femminile. La Manioca non si mangia mai cruda: primas va bollita per distruggere le tossine che contiene.

Fagioli neri
I legumi più usati nella gastronomia africana sono i fagioli neri, le cui dimensioni sono leggermente minori di quelle dei fagioli consumati in Occidente.

Kimbombó
Detto anche okra od okro, ha una consistenza gelatinosa che lo rende particolarmente utile per ispessire zuppe, stufati e salse servite con riso o altre verdure. Ha un sapore leggermente dolciastro e prima di cucinarlo se ne devono tagliare entrambe le punte.

Olio di palma
L'olio più usato in cucina è quello di arachidi, per il basso costo. Quello di palma - estratto dal frutto della palma di Guinea - è molto apprezzato per l'intenso sapore che ricorda le noci, e per il colore arancione che rende dorati gli alimenti.

Vino di palma
È una bevanda molto popolare in tutta l'Africa, dove prende nomi diversi secondo il paese: atan in Benin, bangui in Costa d'Avorio, libondo nella Repubblica Democratica dei Congo. È una bevanda alcolica di bassa gradazione che si estrae dalla palma di Guinea.



I sapori del Mondo
Cucina Africana passo dopo passo.
Editorial Sol90

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Recensione di Agosto 2011


I peperoncini

Appartenenti alla famiglia delle Solanacee, i peperoncini sono presenti in numerose varietà di forma, colore e dimensione, dai peperoncini piccoli, appuntiti e assai piccanti, ai grossi peperoni carnosi dal sapore dolciastro. Originari dell'America Centrale e Meridionale, vi furono coltivati per migliaia d'anni prima della conquista spagnola, a cui fece seguito la diffusione in ogni regione del mondo. Riferiva Colombo che nell'isola caraibica di Hispaniola, nessuno mangiava senza l’axi (termine indigeno per il peperone), assai più forte del pepe. Durante il secondo viaggio di Colombo, nel 1495, Michele da Cuneo scrisse: «In quelle isole vi sono anche arbusti simili a quelli delle rose che producono frutti lunghi come quelli della cannella, colmi di piccoli grani pungenti come il pepe; gli indigeni ne mangiano come noi mangiamo le mele». Nel 1569 Nicolas Monardes, in un volume sulle piante del Nuovo Mondo, fornì lunghe descrizioni dei peperoncini e della loro introduzione in Spagna. Nel Seicento, l'erborista John Parkinson notava invece che in Spagna e in Italia i peperoncini erano: « ... disposti in vasi alle finestre delle case». Elencò inoltre 20 tipi di peperoni e peperoncini, che definì a forma di oliva, cuoriformi, lanceolati, a forma di ciliegia, grossi e raggrinziti e così via. Oggi di peperoncini ne esistono probabilmente 200 diverse varietà, coltivate in ogni parte dei paesi temperati e caldi. Sono usati maturi, quando hanno colore rosso, arancio, giallo o porpora, e acerbi, quando sono ancora verdi. Quando acquistate peperoncini freschi, guardate bene che siano sodi e non grinzosi. I Peperoncini maturi si vendono essiccati, pestati, in scaglie o macinati; sono ingredienti di base di numerosi Prodotti (v. pag. 28). Con pepe, zenzero e dragoncello, sono oggi la spezia più ampiamente coltivata.

Distribuzione Da tempo l'India ne è il maggiore produttore. Principali paesi esportatori sono, con essa, Messico, Cina, Giappone, Indonesia e Thailandia, che ne sono anche grandi consumatori. I maggiori importatori sono invece Sri Lanka, Malaysia e Stati Uniti.

Aspetto e crescita Sono coltivati nelle regioni calde e tropicali dal livello del mare sino ai 2000 m di altitudine. Peperoni e peperoncini dolci crescono anche nelle zone temperate, ma poiché temono il gelo sono fatti germogliare dapprima in serra e poi trapiantati. Sono coltivati in tutta Italia, ma prevalentemente nel Meridione. Il C. annuum cresce sino a 30 cm in altezza e comprende gran parte delle varietà dolci nonché alcune piccanti. Il C. frutescens è una pianta perenne che cresce sino a 2 m e comprende principalmente peperoncini piccoli e piccanti.

Raccolta I peperoncíni verdi vengono raccolti tre mesi dopo l'impianto, le altre varietà, ad esempio i peperoncini di Caienna, sono lasciate maturare più a lungo. La raccolta avviene in genere in tre mesi, dopodiché i frutti vengono fatti essiccare al sole o artificialmente. In genere sono coltivati annualmente perché, dopo il primo anno, tendono a farsi più piccoli e a perdere sapore.



Jill Normann
Il Libro Completo delle SPEZIE
Guida pratica al riconoscimento e all'uso delle spezie e dei semi aromatici
Serie
Görlich

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Recensione di Settembre 2011


Rotazione delle colture


Se ogni anno si coltiva lo stesso tipo di ortaggio sullo stesso terreno, è probabile che in esso sì accumulino malattie e parassiti specifici di quella determinata coltura. Continue coltivazioni di brassiche, ad esempio, favoriscono l'insorgere dell'ernia del cavolo; se si insiste a coltivare cipolle nello stesso terreno, è probabile che i nematodi facciano la loro comparsa. Se invece una coltura occupa ogni anno un'area diversa, si possono  sfruttare al massimo gli elementi disponibili nel terreno e si riduce il problema dei parassiti e delle malattie.

I vari tipi di ortaggi hanno bisogno di una preparazione del terreno e di una tecnica colturale diversa. Le patate amano un terreno dissodato in profondità, che viene smosso continuamente nel corso della rincalzatura. Invece gli ortaggi da radice (carote, barbabietole) richiedono un terreno ben sodo, uniforme, finemente lavorato in superficie, e non amano venir smosse durante la stagione vegetativa.

Anche le esigenze in fatto di fertilizzazioni e calcinature variano. Le patate richiedono abbondanti distribuzioni di letame e fertilizzanti, ma non vanno calcinate. Anche le brassiche richiedono concimazioni, ma hanno bisogno di un terreno con pH 6,5 7,5.

Queste sono le ragioni principali per cui si esegue la rotazione delle colture nell'orto, un principio che spesso non è semplice da mettere in pratica.

Suddivisione dei gruppi


Conviene cercare di raggruppare insieme quegli ortaggi che hanno esigenze simili in fatto di tecnica colturale, protezione delle colture, fertilizzazioni e calcinature. I gruppi vengono poi fatti avvicendare nelle diverse aree dell'orto in modo che in ogni appezzamento con il passare degli anni sia coltivato ogni tipo di ortaggio. Sarebbe meglio lasciar passare un periodo di tempo il più lungo possibile prima di coltivare nuovamente lo stesso ortaggio sul medesimo terreno, ma in pratica è difficile che trascorrano più di tre o quattro anni, e su questi intervalli si basano i normali schemi di rotazione. Qui è illustrato uno schema di rotazione a cicli di tre anni. Per semplificare la rotazione è necessario fare alcuni compromessi: ad esempio le patate sono raggruppate con gli ortaggi da radice, anche se questi ultimi non necessitano di letame, al contrario delle patate. Stabilite queste divisioni, i gruppi vengono fatti ruotare nell'orto ogni tre anni, Dividere il terreno in tre sezioni equivalenti, lasciando a un'estremità una zona da adibire alla coltivazione per diversi anni di ortaggi perenni come gli asparagi, i carciofi e il cavolo marittimo, che non vegetano bene se vengono trasferiti ogni anno.

Durante il primo anno le patate e gli ortaggi da radice vengono coltivati in una zona dove non si distribuiranno letame o calce, ma solo fertilizzanti in gran quantità, la sezione destinata ai legumi e alle cipolle avrà abbondanti concimazioni di letame e poco fertilizzante o calce. Le brassiche riceveranno una quantità moderata di letame e di fertilizzante e generose quantità di calce. La rotazione delle colture assicura quindi che ogni sezione dell'appezzamento riceva letame, fertilizzante e calce con regolarità, riducendo anche al minimo i rischi dì accumulo di parassiti e malattie.

Tony Biggs
L'Orto
Serie di giardinaggio della Royal Horticultural Society
Zannichelli Editore

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Recensione di Ottobre 2011


Le proprietà fisiologiche delle essenze

Sono note da tempi remoti le azioni esercitate dalle sostanze odorose sull’organismo umano e quale importanza abbiano nella vita sociale. Basta ricordare certe pratiche religiose in cui l’impiego dei profumi, aggiungendosi alla coreografia dei riti e alle impressioni acustiche, provoca, l’esaltazione dei, fedeli; l’effetto eccitante di alcune essenze sulle facoltà sessuali; la spiccata sensibilità delle gestanti e degli ammalati verso alcuni odori, i quali se provocano sovente dei disturbi, altre volte riescono graditi e benefici tanto che F. Hoffmann nel suo libro “La politique. du médecin”, non ha esitato a scrivere che il medico “deve essere sempre profumato, ma leggermente”; le crisi di isterismo che non pochi profumi cagionano in individui, specialmente femminili, nevropatici.

I profumi agiscono sopratutto sul sistema nervoso centrale e periferico. con un effetto la cui intensità varia da individuo ad individuo e che si manifesta in un primo tempo con un senso di piacere, il quale continuando l’azione della sostanza odorosa sì evolve con fenomeni di intolleranza: nausea cefalgie, congestioni polmonari, torbidi celebrali più o meno gravi. I sintomi di intolleranza si manifestano con maggior gravità nel caso di ingestione accidentale o provocata di oli essenziali, alcuni dei quali per semplice contatto prolungato con la pelle vi cagionano delle dermatiti anche dolorose. Sono tuttora- scarse le informazioni date dai classici trattati di tossicologia sopra il diverso grado di tossicità delle essenze naturali, fatta eccezione per quelle di mandorle amare, di lauroceraso, di assenzio e poche altre. Sarebbe invece molto interessante per l’igiene professionale conoscere,sino a qual punto reagiscono gIi operai addetti alla estrazione delle essenze e alla manipolazione dei profumi.

Non si debbono però considerare gli oli essenziali dal solo punto di vista della tossicità, perché le azioni,esercitate sull’organismo umano sono anche apportatrici di benefici reali. Sono conosciute ed utilizzate da tempo le loro proprietà calmanti, stimolanti, antisettiche e nei rimedi fitoterapici; ai quali oggi si ritorna dopo un periodo di abbandono, le essenze intervengono non solo come aromatizzanti bensì per il loro specifico comportamento terapeutico

Le essenze di arancio amaro, di artemisia, di achillea, di coriandoli godono di elevate proprietà stomatiche; stimolano l’appetito e favoriscono la secrezione gastrica. Comportamento analogo ma, con maggior tollerabilità si riscontra nelle essenze di anice, di finocchio e di rosmarino; la prima è anche un buon espettorante e galattogeno e secondo alcuni decongestiona la pelle del viso comunicandole una freschezza naturale, opponendosi anche alla formazione delle rughe.

Gli oli essenziali di tiglio e di sambuco sono diaforetici, quelli di santoreggia, di melissa, agiscono da stimolanti del sistema nervoso. Le essenze di spirea e di betulla sono impiegate nella cura dei reumatismo articolare e della sciatica. L’olio, essenziale di menta è un buon antispasmodico ed un ottimo antinevralgico; è infatti usato contro l’emicrania e le nevralgie superficiali per la sua azione notevolmente rinfrescante. L’essenza di cipresso e raccomandata come calmante nei casi di pertosse. Le essenze di senapa hanno spiccata azione rivulsiva, che si riscontra anche in quella di ruta, la quale manifesta ancora delle proprietà emmenagoghe, riscontrate più energiche in quelle di sabina, di prezzemolo ed anche dì arnica. Conosciuta è l’azione vermifuga delle essenze di felce maschio, di assenzio, di tanaceto.
Non poche essenze manifestano un’azione. antitossica pronunciata; Tamisier e Gattefossé hanno riconosciuto che i costituenti non terpenici. degli oli essenziali posseggono una buona attività specifica sulle secrezioni biliari e accrescono la produzione delle antitossine che permettono all’organismo di reagire contro le azioni dei prodotti tossici.

Grande interesse presentano le proprietà antisettiche che caratterizzano molti oli essenziali e sono state apprezzate fin dalla più remota antichità. Gli imbalsamatori egizi adoperavano per la preparazione delle mummie faraoniche, oltre a prodotti resinosi, degli oli essenziali a tenore elevato in fenoli e nelle tragiche apparizioni medioevali del colera o della peste l’uso di certe essenze ha condotto a buoni risultati profilattici, confermati dalle ricerche recenti di Bouchard, Meunier, Smetchensko e altri. Si è accertato che le essenze dotate di maggior attività battericida sono quelle ad alto contenuto in uno dei seguenti composti classificati nell’ordine decrescente della loro potenza germicida: timolo, cineolo, geraniolo, citrale, linalolo, terpinolo, mentolo e citronellale.

Le essenze di timo contenenti un’elevata percentuale di timolo (l’isomero carvacrolo sembra essere poco attivo) costituiscono quindi un antisettico di alto valore; agiscono anche sui microbi sospesi nei muco od in altri liquidi colloidali e si raccomandano, più dell’essenza di menta per la preparazione di dentifrici. Le proprietà antiputride dell’olio essenziale di eucaliptus globulus, da attribuirsi al cineolo, sono praticamente utilizzate da tempo. Le essenze di geranio rosato, di salvia sclarea, di lavanda, di limone e di bergamotto sono caratterizzate da un energico potere, battericida. Secondo: Morel e Rochaix l’essenza di limone applicata per polverizzazione è pari a quella di timo; sembra che la sua attività sia dovuta al limonene ed infatti l’essenza deterpenata è meno attiva di quella non sottoposta alla deterpenazione. L’olio essenziale di menta piperita agisce da antiputrido e si oppone allo sviluppo di batteri, special mente quando viene impiegala nella fase vapore.

Come prodotti per la profilassi igienica delle persone e degli ambienti gli oli essenziali presentano incontestabili vantaggi rispetto agli agenti germicidi di uso comune. Uniscono infatti al potere antisettico un odore gradevole, non sono velenosi per l’uomo e gli animali domestici almeno nelle dosi abituali, sono privi di capacità corrosiva, non macchiano la bianchieria in modo permanente e possono venir maneggiati da chiunque senza pericolo e senza precauzioni speciali. Data la non miscibilità con l’acqua e la non convenienza economica e profilattica di impiegarli tal quali, si usano allo stato di soluzione alcolica preparata preferibilmente con alcol di 70 ° la cui capacità sterilizzante, secondo Obst, è superiore a quella dell’alcol di maggiore o minore concentrazione. Possono altresì venne adoperati allo stato di emulsioni acquose più economiche; esse si preparano mediante solforicinati, alcoli grassi solfonati od altri emulsionanti. Con queste soluzioni e emulsioni, applicate per polverizzazione, si riesce a mantenere l’antisepsi negli studi dei professionisti, in particolare dei. medici, negli ambienti pubblici ove affluiscono giornalmente sani ed ammalati, meglio che, con i disinfettanti comuni a base di cloro, di formalina di fenoli o di altre sostanze, che danno agli ambienti la parvenza di sale d’ospedale o di tubercolosario.

Si sostiene che le essenze sono troppo volatili per assicurare una sufficiente durata all’azione germicida. Nello stesso modo che nelle profumerie si riesce a trattenere i profumi fugaci mediante l’addizione di fissatori, si riesce a prolungare l’attività germicida delle preparazioni. a base di oli essenziali addizionandole di un prodotto avente analoga azione fissatrice, ad es. di estratti di sostanze resinose naturali, i così detti resinoidi, oppure di composti artificiali, ad es. terpinolo, esteri ftalici, salicilato di benzile e altri. Venne riconosciuto ad es. che l’addizione di terpinolo ad una buona essenza di timo prolunga l’effetto germicida oltre i due anni dall’applicazione, mentre senza il fissatore esso svanisce, nel termine di qualche mese.

Per terminare ricordiamo che in caso di ingestione involontaria di essenze in quantità da raggiungere la dose tossica, non si deve ingerire come contravveleno latte od oli grassi con il pretesto che essi sono degli emollienti; sciogliendo gli oli essenziali ne facilitano l’assorbimento aggravando l’intossicazione. Si deve ricorrere ad un emetico (ipecacuana, estratto di asaro) ed anche, al latte di magnesia, il quale li assorbe trattenendoli tenacemente e ne favorisce l’eliminazione per il suo effetto purgativo.



Dr. G. Salomon
Manuale del Distillatore - La Distillazione delle Erbe e dei Fiori da Essenza
Guida pratica al riconoscimento e all'uso delle spezie e dei semi aromatici
G. LAVAGNOLO - TORINO

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